T’ai Chi & Salute
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Secondo un detto antico, colui che è in buona salute non prende coscienza d’esserlo.







Chiamerei perciò “cattiva salute” la troppo precisa definizione di uno stato corporeo o mentale, positivo o negativo che sia. Essendo la salute lo stato di grazia in cui non è facile o possibile fissare la percezione di se stessi, l’ostinata fissazione di gesti corporei o mentali finisce per generare la malattia (dal latino male habitu, ciò che si trova in cattivo stato).


Paradossalmente, più ci si fissa d’ottenere lo stato ideale di buona salute, più ci si ammala. Ma qual’è dunque l’elemento beneficatore delle discipline del corpo, T’ai Chi Ch’üan [fig.1] incluso, qualora bisognamo di rettificare uno stato corporeo insoddisfacente?



A mio avviso la risposta al quesito è da cercarsi in un movimento rigeneratore dell’intera fisiologia umana, vale a dire un movimento non meccanico, vuoto di forza e di scopo preciso: non meccanico implica che l’espressione motoria non è ripetitiva, vuoto di forza che lo sforzo è bastevole a generare il movimento in atto senza eccesso e senza difetto, vuoto di scopo preciso che il movimento è tutto incentrato sulla sensazione e l’ascolto, piuttosto che sul risultato ottenibile, insomma sul piacere dell’agire.

Insisto nel dire che una pratica corporea volta, per azione di mera forza meccanica, al solo conseguimento di un risultato misurabile quantitativamente, finisce alla lunga con l’imprimere nel corpo e nell’animo un condizionamento irremovibile, avvertibile dapprima come disagio, stanchezza, ecc., poi come dolore ed infine come caduta d’interesse e abbandono della pratica in questione. Ciò che valeva bene all’inizio quale metodo di rigenerazione salutare finisce per sortire sintomi più sgradevoli di quelli che s’intendeva eliminare.

La pratica corretta del T’ai Chi Ch’üan è un mezzo di cura eccellente.



Fornisce al praticante l’occasione di forgiare il proprio corpo, grezzo, grossolano a raffinato strumento di lavoro fisico e mentale, il cui scopo è la cura dello strumento stesso. Questa prassi vale altresì per la conduzione della buona salute, la quale è mezzo e fine ad un tempo. Con ciò s’accenna al nocciolo della “pratica interna”, ovvero all’intuizione che il processo, dato per scontato, di causa-effetto con intervallo temporale, qui non funziona: uno sforzo attuale solo quantitativo produce un effetto attuale solo quantitativo, che a suo turno produce cause ed effetti nel tempo a seguire sempre e solo quantitativi, mai qualitativi.





Buona salute è sinonimo di buona qualità del vivere nel tempo presente.




In materia di T’ai Chi Ch’üan, quanto viene divulgato oggidì è un sistema polifunzionale, garante di inesauribile potere rettificatore. Pertanto, da semplice arte del confronto, il T’ai Chi Ch’üan è scaduto al ruolo di panacea per tutti i mali, fatto salvo il male peggiore, quello indotto dai divulgatori stessi con le loro sciocche promesse di facili, pronti, sicuri ed eclatanti risultati.




Taluni ne hanno fatto una religione, dimenticandone o ignorandone la derivazione dal Taoismo, secondo cui scopo e piacere dell’azione è l’azione medesima, non il risultato.



La buona salute è uno stato di buon “spirito”,
nel senso proprio di “buon respiro”,
di quiete mentale,
di agio corporeo,
di equanimità d’animo:
è il premio per una vita ben svolta,
radicata nell’intelligente incedere,
nel “lasciarsi vivere”
piuttosto che nello sforzo di vivere.








Qui subentra la virtù del T’ai Chi Ch’üan [fig.1], che definiamo un sensibile assistente alla gestione dei movimenti durante l’esecuzione e della forma tecnica e del muoversi quotidiano. La lentezza dell’esecuzione della forma ingenera prima o poi una sorta di inerzia cinetica nel dopo Forma, con risultati avvertibili sullo stato generale del praticante, il quale solo ora comincia ad intuire il senso del dettame taoista “fare il non-fare”, traducibile, per noi, nello stare bene senza lo sforzo di stare meglio.




Altresì intuibile è il fatto che, a processo avviato per deliberazione cosciente, per volontà quindi, la mente deve ritirarsi dal ruolo direttivo e lasciar fare agli altri sensi.


La bellezza del gesto tecnico,
la continuità nel muoversi,
la levità del ritmo,
la naturalezza del respiro,
la leggerezza della forza,
la vigilanza dell’ascolto e
l’unione armonica delle parti operanti
non sono forse mezzo e fine di buona salute?



di Franco Malinverno








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